Torchio di Cerido

Il salvataggio del manufatto, donato alla Città di Morbegno da Armando Alberti e dai fratelli Margnelli, si deve a Giacomo Perego.

La testimonianza Medievale

Il Torchio di Cerido, con annesso frantoio oleario, è uno straordinario manufatto del XVII secolo.

Riscoperto intorno al 1980, è stato restaurato per offrire testimonianza di una tecnologia rimasta sostanzialmente immutata dall’epoca medievale e fondamentale in una realtà economica che aveva nel vino uno dei suoi elementi principali.

Il torchio apparteneva ad una famiglia che, oltre ad utilizzarlo direttamente, lo noleggiava a famiglie vicine.

Il salvataggio del manufatto, donato alla Città di Morbegno da Armando Alberti e dai fratelli Margnelli, si deve a Giacomo Perego.

La Torchiatura

Le fasi della tochiatura iniziavano facendo ruotare la vite mediante delle aste inserite nei fori posti nella stessa, in modo che un’estremità del fascio di travi giunga alla sommità della stessa vite.
Inseriti i travetti nella fessura ricavata nella prima piantana dell’incastellatura, si fa ruotare la vita in senso inverso fino a portare la trave in posizione orizzontale, sostenuta dagli stessi travetti e dalla vite.

Sul pianale si dispongono le vinacce su cui verranno poi poste delle tavole per ottenere una pigiatura omogenea.

Invertendo il senso di rotazione della vite si fa salire l’estremità della trave liberando i travetti ed ed inserendoli nelle fessure poste alla seconda piantana, al di sopra del fascio di travi per impedire che l’estremità di sollevi nelle fasi successive.

La rotazione della vite, con il blocco dei travetti, permette l’abbassamento dell’estremità della trave, iniziando a premere sulle vinacce, fino a quando, compresse, impediranno la discesa della trave.

Proseguendo con la rotazione il masso all’estremità opposta verrà sollevato e con il proprio peso, contribuirà all’efficace torchiatura.

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