Chiesa di SAn Giovanni Battista

Curiosità

L'edificio barocco più importante della Valtellina e custode delle tante opere di Pietro Ligari, artista valtellinese del settecento

Il tempio barocco Ligariano

Fu posata il 14 aprile 1680 la prima pietra della chiesa, oggi collegiata, di San Giovanni Battista, il più importante edificio barocco di tutta la Valtellina.

Nel giugno 1780, cento anni dopo, fu celebrata la consacrazione.

La chiesa è anche detta “tempio Ligariano” per le tante opere di Pietro Ligari, il maggior artista valtellinese del Settecento.

La Santa Spina

Ogni anno, la prima domenica di maggio si celebra la Festa della Santa Spina.

Per la festa della Santa Spina si cala il grande reliquiario dal catino absidale e si porta in processione la reliquia dopo la Messa solenne, con la partecipazione delle confraternite, della filarmonica e delle autorità comunali.

La comunità morbegnese ha collocato la preziosa reliquia (di cui si fa specifica menzione nel corso delle visite pastorali) nella vecchia parrocchiale di S. Giovanni Battista, nella cappella adorna dal Compianto ligneo scolpito da Giovanni Angelo Del Mayno.

La preziosa reliquia appartenne al vescovo morbegnese Feliciano Ninguarda, che la ebbe in dono dal duca Guglielmo V di Baviera nel 1584, come attestato di personale riconoscenza e amicizia, quando il vescovo lasciò il prestigioso incarico di Nunzio Apostolico per la Germania Meridionale.

Nel 1714, con la benedizione dell’attuale chiesa di S. Giovanni, la S. Spina trovò posto nell’altare del Crocifisso, da dove venne traslata nel 1727 nel grandioso reliquiario al centro del catino absidale affrescato da Pietro Ligari. Il reliquiario è chiuso da tre chiavi, che sono in possesso rispettivamente dell’arciprete, dei fabbriceri e del sindaco

La reliquia venne donata alla “Magnifica Comunità di Morbegno” il 6 luglio 1608 da Giovanni Battista Ninguarda, fratello del defunto vescovo Feliciano, in esecuzione delle sue volontà.
All’atto di donazione è allegata la dichiarazione di Guglielmo V di Baviera, secondo cui la reliquia era conservata “da molti anni” nella cappella ducale di Monaco.

La festa di S. Croce è sempre stata una delle più solenni, con massiccia partecipazione anche dai paesi vicini, tanto che venne istituita una nuova fiera nello stesso giorno. Per le cerimonie venivano invitati musicisti, cantori e predicatori anche da lontano (a volte partecipò anche il Vescovo di Como), si sparavano mortaretti, ecc.

Negli scorsi anni sessanta la festa religiosa venne trasferita alla prima domenica di maggio, e andò perdendo importanza. Ultimamente si avverte il desiderio di approfondire l’argomento “reliquie” e il significato da attribuire al loro culto. Significativa la serie di articoli pubblicati da “Le Vie del Bene” nel 2005, “Anno della Santa Spina”, celebrato in varie località europee con particolare solennità e con presunte manifestazioni miracolose, come avviene storicamente quando la festa dell’Annunciazione (25 marzo) coincide col Venerdì santo).
Forse assistiamo a una “riscoperta” della festa, alla quale manca però l’aspetto di massiccia partecipazione popolare che l’ha sempre caratterizzata come festa della “comunità morbegnese”.

Il 31 luglio 1625, durante le “guerre di Valtellina” che comportavano saccheggi, uccisioni, carestie e pestilenze, l’assemblea dei capifamiglia, per invocare gli aiuti divini, pronunciò voto perpetuo che obbligava la Comunità di Morbegno a celebrare ogni anno il 3 maggio (festa liturgica del ritrovamento della S. Croce) con la messa solenne e la processione con la Santa Spina a spese della Comunità stessa.

La facciata

La facciata, costruita tra il 1738 e il 1780, restaurata di fresco, ha un andamento curvilineo e presenta distribuite 9 statue, realizzate da Stefano Salterio da Laglio tra il 1780 e il 1782, ed una serie di elementi decorativi.

Le statue di San Pietro, a sinistra, e di San Paolo, a destra, i patroni, sono poste nelle nicchie inferiori.

Un robusto cornicione, ad andamento modulare, segna e prepara il secondo ordine caratterizzato da un’unica grande finestra.

Il putto di sinistra rappresenta la Fede, il putto di destra la Speranza.

La nicchia di sinistra contiene la statua di Maria Assunta, la nicchia di destra la statua di San Giuseppe.

La decorazione sfuma ai lati con le più piccole statue di Maria Maddalena e di Elisabetta.

La balaustra di coronamento si alza là dove sono posti il cartiglio dedicatorio “Christo Deo et praecursori – MDCCLXXX” e un grande orologio nel timpano spezzato.

Mosè con le tavole della Legge a sinistra e Re Davide a destra rappresentano il Vecchio Testamento, la cui connessione con il Nuovo è proprio il Battista.

Al culmine, su un basamento che riporta la data di conclusione della struttura, 1779, poggia la statua di Cristo redentore.

San Giovanni Battista non ha una statua dedicata, ma è ricordato dal medaglione marmoreo realizzato su disegno di Gian Pietro Romegialli e posto sopra il portale di ingresso.

Gli interni

Lo spazio interno della chiesa, in puro stile barocco, è illuminato con un gioco di aperture nascoste e, quindi, reso piuttosto buio e cupo, in un’architettura che valorizza, così, più le ombre che la luce.

In sequenza, procedendo da sinistra verso destra, raccordate al centro dal presbiterio con altare, ci sono le cappelle: “del fonte battesimale”, di San Filippo Neri, Parravicini (anche della “dello Spirito Santo”), della Deposizione, di San Giuseppe, della Madonna del Carmine, di San Michele arcangelo, di San Domenico.

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Biblioteca Civica Ezio Vanoni

Curiosità

La progettazione e costruzione della sede avvenuta nel 1965 per mano dell'architetto protagonista del Novecento, Luigi Caccia Dominioni ed intitolata all'economista e ministro valtellinese Ezio Vanoni hanno subito una nuova riqualifica conclusasi nel 2015 con l'amministrazione Ruggeri.

Il dolce scorrere di racconti sul torrente Bitto

La biblioteca comunale di Morbegno è intitolata a Ezio Vanoni, economista valtellinese più volte ministro.

Luigi Caccia Dominioni, architetto tra i protagonisti del Novecento, ha progettato la sede, costruita nel 1965.

La biblioteca è composta da 3 forme cilindriche, rivestite in pietra locale, sovrapposte: una luminosa sala di lettura, con vista sul giardino di Palazzo Melzi e sul gruppo del Disgrazia, una torre, in cui è collocata la saletta per i piccoli, ed una scala a chiocciola, che conserva i fondi speciali.

La recente riqualifica, conclusa nel 2015, ha rinnovato gli spazi per gli allestimenti e per il pubblico, in particolare con un importante ampliamento del piano interrato, oggi confortevole e silenzioso luogo di studio.

I giardini che si affacciano sul torrente Bitto sono, con la bella stagione,

una fresca sala di lettura esterna.

I Servizi

La biblioteca offre una collezione di circa 40.000 documenti, suddivisa in narrativa e saggistica per adulti, libri per ragazzi da 0 a 14 anni, circa 3.500 film e documentari in DVD e CD musicali, libri e altri materiali di interesse locale, una vasta scelta di periodici, tra quotidiani, settimanali e mensili. 

Inoltre, è possibile richiedere libri, CD e DVD dalle altre 47 biblioteche della rete provinciale e anche ricevere informazioni sulla biblioteca digitale MediaLibraryOnLine.

La biblioteca dispone di postazioni per la navigazione Internet, ad uso gratuito degli utenti.

Orari di Apertura

Giorno Orario
Lunedì
Domenica
CHIUSO
Martedì
Giovedì
Venerdì
08:30-12:00 / 14:00-18:00
Mercoledì
08:30-18:00
orario continuato
Sabato
09:00-12:00 / 14:00-18:00

Contatti

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Museo civico di storia naturale

Curiosità

Il nucleo iniziale delle collezioni, poi cresciuto con la direzione del naturalista Fabio Penati, è oggi il più grande museo naturalistico della provincia di Sondrio, riconosciuto da Regione Lombardia come “raccolta museale”.

Palazzo Gualteroni - Il Museo

Il Museo civico di Storia naturale di Morbegno, ospitato nel settecentesco palazzo Gualteroni, è stato istituito nel 1974 dal Comune di Morbegno, grazie al contributo di un collezionista locale, Giacomo Perego.

Il nucleo iniziale delle collezioni, poi cresciuto con la direzione del naturalista Fabio Penati, è oggi il più grande museo naturalistico della provincia di Sondrio, riconosciuto da Regione Lombardia come “raccolta museale”.

La sezione “scienze della terra”, situata a pianoterra, si articola in 3 sale, per un totale di 24 vetrine, che guidano il visitatore alla conoscenza ed alla comprensione degli aspetti morfologici e geologici del territorio della provincia di Sondrio.

La sezione “fauna”, tra il pianterreno ed il secondo piano, si compone di: una sala dedicata ad anfibi e rettili, le vetrine degli uccelli, ampi diorami degli ambienti naturali in cui la fauna locale è esposta nel tipico habitat

(fondovalle, bosco e alta montagna), un’esposizione di palchi e di corna degli ungulati autoctoni  e la sala degli insetti.

Il museo propone numerose e differenti attività di promozione culturale,

come: visite guidate per le scuole, laboratori per le famiglie, corsi su temi naturalistici, mostre temporanee.

Orari di Apertura

14:30 - 17:30 Chiuso
Martedì
Giovedì
Sabato
Domenica
Lunedì
Mercoledì

Il museo è aperto dalle ore 14:30 alle ore 17:30 anche nei giorni festivi infrasettimanali e nei giorni di chiusura, su prenotazione, per gruppi; chiuso nei giorni di: Pasqua, 1° maggio, 29 giugno, 15 agosto, 25 dicembre e 1° gennaio.

Contatti

Galleria

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Ponte di Ganda

Curiosità

Nel 2014 chiuso al traffico veicolare dall'amministrazione Ruggeri in quanto identificato come monumento cittadino e da tutelare

Il ponte di Sasso - Ganda

Il ponte di Ganda, oggi simbolo di Morbegno, è uno dei più importanti lungo il corso del fiume Adda, perché sin dal XV secolo via di collegamento tra terre molto ambite, così di relazioni economiche e politiche.

Il nome deriva dalla contrada Ganda, che è sinonimo di pietraia, zona pietrosa.

Le piene del fiume e il corso della storia, con i conflitti e le epidemie, distrussero più “ponti di Ganda”. 

Il colpo di grazia venne con la piena del fiume Adda del 1772.

Il ponte che, oggi, si ammira è stato progettato da Francesco Bernardino Ferrari, architetto milanese, ed è stato costruito tra il 1776 e il 1778. 

I fornici ingannano chi ritiene il collegamento sia un ponte di origine romana.

Il ponte di Ganda è un punto di partenza scenografico per percorrere, a piedi o in bicicletta, il Sentiero Valtellina, itinerario che si sviluppa lungo il fiume Adda tra Colico e Bormio, per 114 chilometri.

Un ponte dai mille colori

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Santuario della Beata Vergine Assunta

Curiosità

L'ancona lignea dorata al suo interno, alta 5 metri e larga 3 metri non è solamente unica nel suo genere a livello nazionale, ma nel mondo.

Un tempio custode di Capolavori

Ê il lavoro di un architetto anonimo del XVI secolo, incaricato dalla confraternita dei Disciplini, ad ampliare e riqualificare la prima chiesa intitolata ai Santi Lorenzo e Bernardo di Chiaravalle, per creare la chiesa di Santa Maria e di San Lorenzo, consacrata nel 1506 da Matteo Olmo, delegato del vescovo di Como, oggi Santuario della Beata Vergine Assunta.

Un tempio intriso di lirica ed epica mariana e custode di capolavori.

Planimetria

Dettagli in ogni stanza, Storia in ogni anfratto

La Facciata

Tommaso Rodari, scultore e architetto, realizza – tra il 1515 e il 1517 – la facciata, il sigillo ad  una successione di blocchi poligonali che si intrecciano. 

Si legge, osservandola, semplice e proporzionata, di impianto rinascimentale e di influenza toscana, il percorso della storia della salvezza. 

In rilievo c’è il ruolo di Maria, come nel cuore del rosone, con in braccio il Bambino.

Gli Interni

Le opere di arte di più artisti, attivi tra il XVI secolo sino al ‘900, ornano ed onorano gli spazi interni del Santuario.

Il capolavoro è la splendente ancona in oro: una grande architettura lignea alta 5 metri, larga 3 e profonda 50 centimetri, realizzata tra il 1516 e il 1519 da Giovanni Angelo del Majino, intagliatore, e dipinta da Gaudenzio Ferrari dal 1520 al 1526. Un grande libro di meditazione teologica con al centro un affresco che raffigura la Madonna con il Bambino, già decoro della prima chiesa.

La sala del capitolo, un ambiente ad aula restaurato che era luogo di assemblee per i confratelli, è oggi un piccolo museo di tesori storici ed artistici: oggetti di arredo e liturgici, tele, stendardi, statue, candelabri.

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Palazzo del Municipio
Chiesa di S. Pietro

Curiosità

Da inizio '800 di proprietà del comune che, dal 1988, eseguì numerosi interventi di ampliamento

Il Palazzo e la Chiesa

Il Palazzo del Municipio

In contrada Berlenda, la più antica di Morbegno, si erge il palazzo del Municipio, in passato parte del palazzo Castelli di Sannazzaro.

La nobile famiglia qui dimorò sino al 1780, poi la Parrocchia, proprietaria da inizio ‘800, lo vendette al Comune, che – dal 1988 – eseguì un ampliamento della struttura.

Le tracce del passato si notano ancora nei caratteri decorativi delle finestre e dei balconcini, rinnovamenti già settecenteschi del palazzo. 

Nel cortile interno è stata collocata una lapide in pietra della chiesa di Sant’Antonio che porta lo stemma della famiglia Castelli di Sannazzaro.

La chiesa di San Pietro

C’è unita al Municipio la chiesa dei Santi Pietro e Paolo, detta comunemente di San Pietro, la prima vera parrocchiale di Morbegno, voluta nel 1337 da Romerio Castelli d’Argegno, rettore di San Martino, per la comodità degli abitanti del borgo, tra cui artigiani e commercianti.

Il tempio, consacrato nel 1341, protagonista della storia di Morbegno, come sede di assemblee civiche ed anche luogo di culto protestante dal 1559 al sacro macello del 1620, è oggi il risultato del restauro finanziato dalla confraternita del Santissimo Sacramento nel 1669, quindi simile per ampiezza e struttura, ma non nelle decorazioni, alla prima parrocchiale.

La chiesa è un unico ambiente suddiviso in 3 campate con soffitto a botte e 2 cappelle laterali.

ESTERNO

La facciata è segnata da un grande portale barocco in marmo nero, con timpano spezzato, sormontato da un’ampia finestra. Sui battenti del massiccio portone ligneo sono scolpiti i simboli di San Pietro e di San Paolo e motivi floreali ornamentali.

Il campanile, rialzato nel ‘600, coronato da un vezzoso balconcino, ha una copertura a bulbo. Lì, vigila il gallo, che il vento gira in tutte le direzioni.

INTERNO

I muri parietali, così come il soffitto, sono un trionfo di immagini dipinte, con pennellate libere e fluenti, da Pietro Bianchi, detto “il Bustino”, nel 1712-1713 in stile rococò.

La storia della chiesa, tra cattolicesimo e riforma, è esplicita nel tema dipinto sulla volta a botte del presbiterio, che ribadisce la Vittoria della Chiesa di Roma sulla Chiesa riformata. In dettaglio: a sinistra è dipinto un gruppo di 4 eretici, che vengono cacciati dalla Verità che tiene in mano uno specchio; al centro, verso destra, sono dipinti l’Eterno e la Vergine, che sovrastano la Tavola dell’Eucarestia con ostensorio. Nel lunettone absidale sono dipinti altri simboli eucaristici: spighe e grappoli di uva.

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Palazzo Malacrida

La perla veneziana incastonata nel cuore delle alpi sovrasta Morbegno da "Scimicà"

I Malacrida

L'antico casato Malacrida e delle famiglie Gatti, Peregalli, Paravicini, Vicedomini, Greco, Paolucci e Mariani accolgono con i loro stemmi i visitatori nell'atrio d'ingresso.

La Perla Veneziana

Il palazzo Malacrida, dimora della omonima famiglia dal XIV secolo al XIX secolo, è una costruzione discreta in contrada Scimicà (in cima alle case), in posizione privilegiata e strategica dove la direttrice per Como-Milano e la via Priula verso Venezia si incontravano.

Le architetture del palazzo sono di impronta borrominiana, per le fughe prospettiche che fondono le strutture con le decorazioni e per le decorazioni che dilatano le strutture;

di ispirazione veneziana, per le facciate severe, di fasto baroccheggiante ed insieme di aggraziato gusto rococò per gli interni.

Il progettista e coordinatore dei lavori su Pietro Solari da Bolvedro (1758-1762), incaricato da Gian Pietro Malacrida.

Il palazzo è di proprietà del Comune di Morbegno dal 1979 ed è stato restaurato di fresco.

Gli affreschi e la storia

In ogni angolo di Palazzo Malacrida si nasconde o sovrasta un affresco, con significati profondi, una storia da raccontare ed il lusso settecentesco che ha permesso all’edificio di divenire la perla veneziana incastonata tra le Alpi

Testo immagine descrittivo

Il Giardino all'italiana

L'eremo

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Torchio di Cerido

Il salvataggio del manufatto, donato alla Città di Morbegno da Armando Alberti e dai fratelli Margnelli, si deve a Giacomo Perego.

La testimonianza Medievale

Il Torchio di Cerido, con annesso frantoio oleario, è uno straordinario manufatto del XVII secolo.

Riscoperto intorno al 1980, è stato restaurato per offrire testimonianza di una tecnologia rimasta sostanzialmente immutata dall’epoca medievale e fondamentale in una realtà economica che aveva nel vino uno dei suoi elementi principali.

Il torchio apparteneva ad una famiglia che, oltre ad utilizzarlo direttamente, lo noleggiava a famiglie vicine.

Il salvataggio del manufatto, donato alla Città di Morbegno da Armando Alberti e dai fratelli Margnelli, si deve a Giacomo Perego.

La Torchiatura

Le fasi della tochiatura iniziavano facendo ruotare la vite mediante delle aste inserite nei fori posti nella stessa, in modo che un’estremità del fascio di travi giunga alla sommità della stessa vite.
Inseriti i travetti nella fessura ricavata nella prima piantana dell’incastellatura, si fa ruotare la vita in senso inverso fino a portare la trave in posizione orizzontale, sostenuta dagli stessi travetti e dalla vite.

Sul pianale si dispongono le vinacce su cui verranno poi poste delle tavole per ottenere una pigiatura omogenea.

Invertendo il senso di rotazione della vite si fa salire l’estremità della trave liberando i travetti ed ed inserendoli nelle fessure poste alla seconda piantana, al di sopra del fascio di travi per impedire che l’estremità di sollevi nelle fasi successive.

La rotazione della vite, con il blocco dei travetti, permette l’abbassamento dell’estremità della trave, iniziando a premere sulle vinacce, fino a quando, compresse, impediranno la discesa della trave.

Proseguendo con la rotazione il masso all’estremità opposta verrà sollevato e con il proprio peso, contribuirà all’efficace torchiatura.

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Complesso S. Antonio: Chiesa e Convento

Edificato dai frati domenicani nel XV secolo ed in attività sino al 1798

Curiosità

Fu luogo di fede e preghiera, successivamente caserma in guerra e magazzino, sino ad oggi luogo di cultura ed intrattenimento

Chiesa e Convento, Fede e Cultura

È stato luogo di fede e di preghiera, poi caserma in guerra e magazzino, il complesso di Sant’Antonio, oggi luogo di cultura e di intrattenimento.

La chiesa, che fu consacrata di Sant’Antonio Abate, è un auditorium. Sul palcoscenico spettacoli di danza e di teatro, concerti di musica classica e rock.

I chiostri, la sala capitolare e il refettorio del convento, edificato dai frati domenicani nel XV secolo ed in attività sino al 1798, ospitano mostre, incontri e cerimonie.
Tra gli eventi più importanti: Tango Festival, Master Class per strumenti ad arco e pianoforte.

Planimetria

Dettagli in ogni stanza, Storia in ogni anfratto

La Chiesa

Il rito del vescovo Matteo Olmo consacrò e ridedicò a Sant’Antonio Abate, nel 1504, la chiesa che era di Santa Marta in Quadrobio dal 1401. Un edificio che unisce lo stile rinascimentale e lo stile barocco.

FACCIATA

Il portone di ingresso è coronato da un protiro forse eretto da Francesco Ventretti, detto “il Ventra”, nel 1517 circa, che culmina con una lunetta ad affresco. Natività e angeli è  stata dipinta dal pittore Gaudenzio Ferrari, «il culmine della pittura rinascimentale nella Valle».

INTERNO

È un ambiente ad aula rettangolare, con transetto troncato, suddiviso in campate segnate da robusti archi e da ampie cappelle laterali, da segnalare è quella di San Martino. La navata ha un soffitto a volte a crociera realizzata nel Seicento, mentre gli affreschi che decorano le pareti sono del ‘500.

Il Convento

È il 1457 quando il vescovo Antonio Pusterla autorizza la fondazione di un convento domenicano a Morbegno, per la necessità di un sostegno al Cristianesimo locale sul finire del Medioevo.

La struttura si articola attorno a 2 chiostri quadrangolari porticati.

Primo Chiostro (Nord)

I portici disomogenei, ad archi a tutto sesto ribassato, tinti di bianco, nero e rosso, creano uno spazio essenziale e severo, ma che comunica una profonda sensazione di armonia e di leggerezza, raccordo tra le diverse parti del convento con la chiesa.

Il ritmo comunitario era scandito dallo gnomone della meridiana. La più antica contiene la scritta ispirata al libro d Giacobbe “Sicut umbra vita fugit”, ovvero “La vita scorre veloce”; la nuova è invece datata 1656, realizzata quando il corpo ovest fu sopraelevato. 

Le Storie e miracoli di San Domenico, ciclo dipinto, tra il 1638 e il 1678, che adorna le pareti accompagna nella visita del chiostro, restaurato nel 2007.

SALA CAPITOLARE

Il locale, ampio, era luogo di riunione per i frati (appunto detto capitolo) ed è decorato con una drammatica Crocifissione con santi domenicani, di impronta nordica, e i ritratti a olio dei grandi della musica; Pietro Mascagni, Antonio Vivaldi, Niccolò Paganini e Gioacchino Rossini. Le opere sono state realizzate dal pittore contemporaneo Lucio Pascalino.

REFETTORIO

La stanza, probabilmente mensa per i frati, è divisa in due parti da una spessa parete, che suddivide anche la Crocifissione con santi domenicani, affresco parietale. Il soffitto è decorato da due medaglioni, con scene tratte dal Vecchio Testamento, dal tema complementare: bevande e cibo.

Secondo Chiostro (Sud)

È il ciclo pittorico che racconta della vita di Rosa da Lima, la santa più venerata delle Americhe, realizzato nel tardo ‘600 che dà pregio al quadriportico, costruito intorno al 1514 per il bisogno di spazi accessori, funzionale ad attività pratiche, per anni trascurato.

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